Per fake news si intendono tutte le notizie false che vengono redatte con informazioni e dati inventati, alterati. Utilizzate spesso a fini propagandistici per generare consenso alimentando il malcontento, negli ultimi anni, attorno alle fake news, si è sviluppato un vero e proprio business legato al fenomeno del clickbait (“esca da click”). Gli utenti del web vengono adescati da annunci fraudolenti, creati esclusivamente per generare profitti online; fra le più note: il complotto sulle scie chimiche, l’importanza di dormire soltanto sul lato sinistro, il fenomeno inspiegabile degli alberi che prendono fuoco da soli, la morte improvvisa di qualche personaggio noto, etc.

 

Durante il Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia abbiamo partecipato ad un panel dedicato a questo tema, dal titolo: “Misinformation whack-a-mole: who is doing what and what might be missing?” (“La disinformazione è una talpa: chi sta facendo cosa e cosa potrebbe mancare?”).

 

Era presente, Craig Newmark, imprenditore e filantropo statunitense – creatore del noto sito web “Craigslist” e da anni impegnato a finanziare tramite la sua Fondazione (Craig Newmark Foundation) progetti ed organizzazioni che si impegnano nel produrre e far circolare notizie affidabili. Nel suo intervento, riprende la tesi di Chomsky secondo cui “una stampa degna di fiducia è il sistema immunitario della democrazia; la stampa ha il compito di mantenere le nostre democrazie in salute”. A questo scopo ha inoltre istituito il premio “Trustworthy Journalism” con il quale, ogni anno, assegna un milione di dollari alla più meritevole organizzazione no-profit impegnata nella diffusione di notizie.

 

Quali sono le risposte degli addetti ai lavori nei confronti del fenomeno sempre più dilagante delle fake-news?

 

Indira Lakshmanan, del Poynter Institute (un’organizzazione noprofit statunitense) da circa un anno è impegnata nel creare standard e regole base un corretto giornalismo.La sua attività, finanziata della Craig Newmark Foundation, si rivolge direttamente al mondo dell’informazione ed è finalizzata a ricostruire un sentimento di fiducia nei confronti dei media e del giornalismo.

“Nell’epoca dei rapidi cinguettii di twitter, il giornalista deve continuare a mettere in primo piano la veridicità e l’attendibilità delle notizie che si appresta a condividere e prendersi sempre la responsabilità di correggere e rettificare eventuali errori.” (Laskhmanan)

 

Anche il progetto editoriale di un altro partecipante al panel, Peter Bale, editor del WikiTribune.com, sembra voler rispondere a questa domanda.

Il sito da lui gestito – a cui collaborano regolarmente persone distribuite dal Regno Unito alla Nuova Zelanda – produce dai 4 ai 12 articoli al giorno, concentrandosi sulla qualità e non sulla quantità, verificando scrupolosamente l’attendibilità di ogni singola fonte.

Bale, per il controllo delle fonti, si è ispirato ai principi base del “Check-List Manifesto” di Atul Gawande: bisogna utilizzare sempre strumenti di verifica e controllo, in relazione ai molteplici elementi della vita professionale e personale, per raggiungere risultati efficaci e consistenti.

L’insieme di regole base che si è imposto il WikiTribune.com prevede ad esempio l’esclusione di FaceBook o Google fra le fonti da consultare perché questi non sono ancora in grado ancora di assumersi la responsabilità dei contenuti che circolano sulle loro piattaforme. Questa regola diventa più importante, sostiene Bale, quando si dirige una realtà che mira ad includere in un futuro non molto lontano i contributi provenienti dalla comunità online (non è un caso che il creatore del sito sia Jimmy Wales, lo stesso di WikiPedia.org). “Sarà estremamente difficile verificare praticamente in tempo reale le notizie che verranno generate” ma la sfida è stata raccolta.

 

Usciamo da questo panel con la rinnovata consapevolezza che senza una verifica delle fonti, un’analisi dettagliata e una rappresentazione condivisa della realtà non possa esserci un autentico confronto democratico.

Concetta Gelardi con la collaborazione di Daniele Pagliariccio